Mia Nonna non ha mai capito che mestiere facessi


Una riflessione sul mestiere di graphic designer o di illustratore: mia nonna non ha mai capito che mestiere facessi. Non ci riusciva proprio.

Provavo a spiegarle cosa facessi, ma non capiva.
Una volta le ho fatto perfino una presentazione del mio portfolio lavori, come fosse stata un cliente, ma non ha capito ugualmente.
Aveva 94 anni e l’unica cosa che le interessava era che mi pagassero.
Possibilmente bene.
Per il resto, era un mistero per lei che qualcuno mi pagasse per dei disegni (il concetto di design sfugge a coloro che sono cresciuti in un’era pre-tecnologica) e quindi per un’attività che considerava infantile, dato che non riusciva a riconoscermi lo status di artista (“pittore”).
Veniva da un mondo e da un’epoca nella quale la gente comune non pagava per i servizi: si faceva tutto in autarchia e soprattutto, quando si pagava, si comprava qualcosa di concreto. E i servizi erano quelli necessari alla vita di tutti i giorni: parrucchiere, calzolaio, al massimo scrivano, avvocato, commercialista, ecc. I servizi alle imprese erano ridotti all’osso.

Per lei era bello pensare che questa mia “deviazione” mi facesse guadagnare e sopravvivere, anche se continuava a non crederci: come fosse nato un bel fiore improvvisamente in mezzo alle piastrelle del balcone.

A parte il paradosso di mia nonna, non è che le altre persone capiscano meglio quale lavoro io faccia.

Dici grafico e ti senti rispondere subito: “pubblicitario”?, perché è un luogo comune mutuato dagli anni 70 e 80.
Leonardo Sonnoli, uno dei massimi graphic designer italiani, scrive così sul suo blog per il Sole 24Ore:

“Mi chiedo spesso perchè sia così difficile far capire qual’è il mio lavoro. “Faccio il grafico” rispondo, sapendo che già uno s’immagina che lavoro in pubblicità. E come riuscire a far capire la differenza che c’è tra il grafico Massimo Vignelli, il grafico Igor che lavora con me e il grafico della copisteria sotto casa che fa le fotocopie a colori. Sempre grafici sono. Come fare a spiegare che se tutti cucinano pochi sono gli chef?”

Dunque il problema è culturale e pure etimologico.
Culturale perché nonostante l’Italia e gli italiani siano fieri del Design Made in Italy, per lo più non sanno di cosa parlano: al massimo conoscono Giugiaro, le sedie traspafrenti e gli spazzolini (da cesso) di Alessi.
Eppure produciamo anche un graphic design di alto livello e una tipografia raffinata e secolare (molti dei font che usiamo sono nati in Italia centinaia di anni fa): leggiamo i libri, i quotidiani e poi non sappiamo mai cosa c’è dietro.

È un po’ come pensare alle bistecche senza i macellai, ad un bel quadro senza pittore.
Il progetto grafico insomma non esiste secondo il pensiero comune.

Un grosso problema è etimologico: GRAFICA è un termine che deriva dal greco e riguarda la rappresentazione, testuale e iconica, di qualsiasi cosa. Definisce l’atto della raffigurazione, compiuta mediante testi e disegni. È un termine semplice, che chiunque può capire.
Etimologicamente la GRAFICA si occupa, quindi, di tutta la diffusione del sapere, non soltanto della pubblicità.

La difficoltà, per le persone che non sono del settore, sta nel capire come dietro questa raffigurazione con testi e figure ci sia un progetto, fatto di tecniche e teorie che vanno avanti almeno da 5 secoli, ovvero da quando l’invenzione della stampa a caratteri mobili ha reso la diffusione della cultura una cosa ampia e popolare. Questa difficoltà aumenta se si pensa che la parola GRAFICA è usata per indicare, nel mondo dell’arte, tutte le riproduzioni di opere fatte dagli artisti: disegni, incisioni, stampe, etc.

In inglese tutto è più semplice: esiste la categoria del Designer, quindi del Progettista, e all’interno di questa esiste il graphic Designer, cioè il Progettista Grafico.
Che è sostanzialmente diverso dal Grafico Esecutivista: un tecnico che esegue un lavoro senza idearlo e progettarlo. E diverso dal grafico pubblicitario, che è un termine desueto e impreciso in quanto la pubblicità è concepita da Art Director che sono delle specie di registi dell’immaginario.

Il mio dubbio è che nella lingua italiana non esista più una parola che sia al passo con i tempi per quel che riguarda il Graphic Design e che la categoria, se mai esiste, debba sforzarsi nella ricerca di nuovi termini che facilitino e arricchiscano la comprensione della gente comune e, soprattutto, dei clienti.

La categoria è sempre più ampia e sfugge ad ogni definizione: il graphic artist, il visual designer, l’infografico, l’artista visivo.

“Graphic Artist” o “Progettista Visivo” potrebbero andare bene, significando il primo chi ha un approccio più artistico e il secondo chi ha un approccio più progettuale; ma difficilmente giungeremo entro il secolo ad una definizione soddisfacente.
Quindi, il consiglio è, se siete un grafico o un illustratore: non fatevi incasellare, confondete le acque, in barba al marketing, muovetevi come più vi piace e create lavori il più possibile belli. Questo basterà a far crescere voi e tutto il movimento, al di là di stupide convenzioni terminologiche.

L’articolo sopra citato di Leonardo Sonnoli: http://faberblog.ilsole24ore.com/2011/11/il-grafico-una-quattro-stagioni-senza-carciofini/

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