Il mio articolo di ieri che parla della bravura nei lavori creativi sta creando una ridda di messaggi e commenti che non mi aspettavo. Ho cercato di rispondere a tutti, ma sono tanti… così ho deciso di sintetizzare in questo articolo le riflessioni venute fuori da questi confronti.
E vi assicuro che è stato interessantissimo: se ci confrontassimo più spesso su cose del genere, verrebbero fuori cose eccezionali che aiuterebbero un sacco di gente che è in balia degli eventi e ha perso la bussola della propria carriera (o, essendo giovane, non l’ha ancora trovata…).
Ognuno mi ha fornito la sua versione, la sua esperienza personale. Ed è stato interessante come molti professionisti affermati considerino questa “paura”.

Illustrazione di Antonello Silverini

Ad esempio, Antonello Silverini (affermato illustratore, autore di molte immagini per La Repubblica, Corriere, Il Sole, Mondadori, Fanucci, etc.) riflette in questo modo: “a volte il somigliare a qualcosa di già consolidato (di moda?) è talmente consolatorio cha la catarsi (consolatoria?) prende rapidamente il posto della ricerca di sè“. E ancora: ”il primo e vero referente – giudicante, spietato – non va cercato all’esterno…”
Quelli che cercano consolazione nel conformarsi, si precludono la vera ispirazione, il formarsi della loro voce e alla fine sono meno utili a loro stessi (e spesso anche a tutti noi). Certo se tutto si riduce all’avere i soldi per pagare l’affitto, ogni stratagemma va bene, ma alla lunga non può pagare.
E la vita in genere è lunga…

Raffaella Isidori, graphic designer di lungo corso e di alto livello, invece riflette sul fatto che “esperienza e professionalità dovrebbero impedire sia l’insicurezza (o falsa modestia) che l’arroganza”. E dimostra quanto un vero professionista debba essere cosciente e capace di una lucida autoanalisi.
Se non piace prima a noi ciò che facciamo, a cosa serve piacere agli altri?
Come dico nell’articolo, ad un certo punto si deve fare il salto e sapere che non sarà la bulimia di apprendimento a farci fare dei lavori migliori.
E infatti sempre Raffaella, aggiunge di non aver “mai presentato nulla” che non sentisse essere il massimo che potesse fare, sapendo che il massimo in assoluto non esiste. Questo approccio così pragmatico è tipico di molti professionisti che hanno successo da subito: gli altri pensano che sia solo fortuna, ma c’è qualcos’altro.
Non vi torna? Anche voi credete nella fortuna?
Guardatevi il documentario “Illustratori” e ascoltate le parole di Shout, Ponzi e soprattutto della Zagnoli: non hanno mai esitato, hanno sempre creduto che la loro voce potesse essere interessante e hanno sempre fatto del loro meglio.

“Illustratori”, il documentario

Altra riflessione interessante mi arriva da Alessandra Racca, poetessa torinese: “essere dubitativi su ciò che si fa, andare alla ricerca del meglio, del superamento del già conosciuto, se non diventa paralizzante, se non è demandato a un superficiale ‘diventare come tizio o caio’ è molto vitale, spinge oltre i propri limiti, cosa che, secondo me, fa parte della “bravura”.
E conferma questa necessità di superarsi anche la testimonianza di Laura Salvai, editor di alto livello (Chiarelettere, Vallardi), dicendo che da quando ha iniziato a confrontarsi e misurarsi, “la preoccupazione di non essere “brava” (che mi ha tormentata per anni, quando lavoravo nel più totale isolamento) ha lasciato il posto alla voglia di sperimentare”. E aggiunge, riguardo al suo lavoro, che “quando comincio l’editing di un libro particolarmente complicato (come quello a cui sto lavorando adesso) attraverso sempre una fase di disperazione e penso: “Questa volta non ce la farò”. Poi, non so come, trovo la strada”.
Quindi per alcuni, la paura è un motore, un modo per avviarsi; questo avviene solo perché Laura non si fa bloccare dalla paura, ma ha imparato che ce la può fare. Semplicemente il brivido iniziale la mette in moto nel modo giusto e fa arrivare l’ispirazione che le serve per svolgere al meglio il suo lavoro.

Illustrazione di Alessandro Bonaccorsi

Ad un certo punto bisogna buttare a mare la questione se si è bravi o no e cercare di fare al meglio ciò che facciamo: altrimenti il rischio è di cercare soltanto gratificazione da chi ci giudica (i maestri, i professori, i rompiballe, i criticoni, i passivi, …), dimenticandoci di tutti gli altri e del piacere che possiamo condividere con loro.
In molti commenti si confessa di soffrire il giudizio negativo sul nostro lavoro che ci tocca nel profondo e, quindi, ci ferisce: è importante smettere di pensare che il giudizio al nostro lavoro sia un giudizio alla nostra persona.
Tutti siamo potenzialmente bravi, tutti abbiamo le stesse possibilità di raggiungere grandi risultati: il fatto di pensare che non lo siamo è un limite che ci imponiamo. E che qualcuno a scuola, in casa o chissà dove ci ha inculcato quando eravamo piccoli. Così abbiamo perso il senso di onnipotenza.
Ma perché lo facciamo? Cosa ci costerebbe pensare di essere fatti per raggiungere grandi risultati?
Niente. Solo uno sforzo per cambiare i nostri paradigmi, solo prendere coscienza che non abbiamo scuse.
Quindi quando dico che tutti passiamo attraverso la paura di non essere abbastanza bravi e poi ad un certo punto ci evolviamo e mandiamo a quel paese tecnica, bravura e perfezione, non intendo fare un inno alla sciatteria. Ma alla capacità di evolversi!
Anche nel mio libro sull’Illustrazione spingo gli illustratori e i graphic designer ad evolversi. Spero addirittura in una loro rinascita.

dal libro Illustrazione – L’immaginario per professione

Chiara Fedele, illustratrice, mi dice: “Vero che Gipi ad un certo punto ha deciso che voleva raccontare. Ma Gipi disegna benissimo ed ha una padronanza dell’acquerello notevole, e lui stesso ha affermato che impegnarsi ad imparare prima a disegnare è importante.”
Quello che mi interessava nell’esempio di Gipi, è che si è impegnato tantissimo per essere bravo, voleva diventare però bravo come Andrea Pazienza e non ci riusciva, perciò voleva essere sempre più bravo. Ed era frustrato.

Illustrazione di Gipi, dal libro “Una storia”

Improvvisamente ha capito che lui era Gipi e doveva accettarsi per quello che era (ne ho parlato anche in questo articolo dell’accettazione di se stessi). E dato che aveva raggiunto un livello molto alto dal punto di vista tecnico, è stato facile mettersi a parlare con la propria voce e farlo bene. Ad esempio, quando ha disegnato LMVDM non si è più preoccupato della bravura e della perfezione e ha lasciato che il racconto – anche nelle immagini – fluisse nel modo più spontaneo, ispirato e grezzo.
Chiara aggiunge anche qualcosa riguardo all’educazione del pubblico (e quindi, per me, anche dei clienti): “è fastidioso che sia un pubblico o siano degli addetti al settore che ne capiscono poco a dover giudicare. Ho imparato a giudicare me stessa severamente ma lasciando fluire idee e sensazioni. Perché la cosa più vera è riuscire a trasmettere quello che vuoi dire, nel modo in cui lo vuoi dire”. Questo senso di incomprensione accompagna spesso noi professionisti creativi, ma dobbiamo lasciarlo andare, perché ci blocca e ci provoca rancore e impotenza.

Ci sono molte persone che non capiscono (o non accettano) di essere un gradino sotto al necessario per essere professionisti: sono ancora dilettanti, e allora devono diventare più bravi, acquisire più conoscenza e più tecnica. L’essere dilettanti non è una colpa, è solo un momento della nostra ascesa. Volete il cielo?
Incominciate a salire. Vi sembra di essere troppo in basso e che ci siano troppe persone davanti a voi, molto più in alto?
Provate a guardarvi indietro e a vedere quanti sono ancora più in basso di voi: se è il confronto che vi conforta o sconforta pensate a quanti sono ancora più indietro di voi. Sono sicuramente di più di quelli che vi stanno davanti.
E poi non è una corsa a chi arriva prima, ma solo una piacevole passeggiata su una scalinata fantastica: siete autorizzati a fermarvi per godere del panorama o per annusare i fiori meravigliosi che costeggiano la scalinata.

Illustrazione di Olaf- Hajek

Il passaggio dal dilettantismo al professionismo spesso è improvviso: la conoscenza e la tecnica vengono acquisite, metabolizzate, interiorizzate e come per magia spariscono dai nostri obbiettivi. In quel momento riusciamo ad essere liberi per la vera ispirazione.
La vera bravura sta nel non perdere anni per imparare, ma avere un ritmo continuo di apprendimento-metabolizzazione-ispirazione, immaginando che quella lunga scalinata abbia tanti pianerottoli in cui fermarsi. Invece molti di noi, me compreso, prendono la rincorsa e cercano di fare più scalini che possono, per arrivare subito più in alto possibile, ma arrivano sul pianerottolo agognato con il fiatone, stanchi e senza lucidità…

Illustrazione di Brad Holland

Per quel che riguarda la mia esperienza, sono stato per anni in balia del voler essere bravo e mi ero dimenticato quale fosse la mia voce espressiva.
Ero un graphic designer ma amavo anche la pittura e l’illustrazione e volevo diventare bravo come Brad Holland…
Solo che lui era fantastico e io mediocre. È sempre improvvisa la svolta, quando rovesci il tavolo: ho mandato affanc**o la mia ricerca stilistica e ho ascoltato di nuovo la mia voce; ho quindi mescolato la mia natura di progettista con quella di illustratore (artista?) ed è andato tutto meglio. Lo stile, la personalità è venuta fuori da sé e sono anche dimagrito!!

In conclusione, non è nella bravura (quindi nel prendere 10 come votazione) che si misura un lavoro creativo, ma nella sua capacità di esprimere una personalità. E nella capacità di riconoscere quando un lavoro è buono per essere considerato professionale e non dilettantesco…