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“Dieci cose che ho imparato” di Milton Glaser
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“Dieci cose che ho imparato” di Milton Glaser

Dieci consigli per chi vuole essere un creativo, da uno dei creativi più importanti del mondo.

Milton Glaser è uno dei più grandi creativi del novecento: grafico, illustratore, pubblicitario, artista. È l’unico graphic designer che abbia mai ricevuto una National Medal of Arts, massimo riconoscimento nazionale che gli USA dedicano ai loro artisti più meritevoli.

Ho già dedicato a lui un articolo monografico, ma voglio continuare a citarlo perchè in rete ho trovato un decalogo, scritto di suo pugno, utile a tutti i creativi: “Dieci cose che ho imparato”.

Ecco le 10 regole del Decalogo di Milton Glaser:

  1. Lavora solo con persone che ti piacciono
  2. Se puoi scegliere, scegli di non avere un’occupazione
  3. Certe persone sono tossiche. Evitale
  4. La professionalità non è abbastanza e il buono è nemico dell’ottimo
  5. Meno non è necessariamente di più
  6. Non bisogna fidarsi dello stile
  7. Il tuo modo di vivere cambia il tuo cervello
  8. Il dubbio è meglio della certezza
  9. Invecchiare con grazia: non importa
  10. Dite la verità

È interessante scoprire le motivazioni che stanno dietro a queste regole, fondamentali per ogni creativo che lotti quotidianamente per affermarsi come professionista.

Nel primo passaggio che mi ha colpito, riguardante la regola 2, ovvero di non avere occupazione, Glaser cita il compositore John Cage: “mi sveglio al mattino e mi chiedo cosa dovrò fare per guadagnarmi da vivere quel giorno. Lo faccio ancora oggi che ho 75 anni. Mi alzo e mi chiedo cosa fare per guadagnarmi da vivere”. Ovvero, la necessità di dover sempre decidere cosa fare della propria giornata annulla la ripetitività e tiene viva la capacità di ispirazione.

Riguardo alla regola 3, cita Fritz Perls, terapista della Gestalt, la cui idea era che in tutte le relazioni, le persone potevano essere o tossiche oppure potevano nutrirsi a vicenda.

Più complessa la regola 4, nella quale Glaser afferma che la professionalità è un limite, perché significa “riduzione dei rischi“. E ancora: “La professionalità non è sufficiente. Ciò che più ci viene chiesto è di trasgredire continuamente. La professionalità non permette questo perché la trasgressione ha in sé il rischio del fallimento, e l’istinto naturale di un professionista è di non fallire, di ripetere i successi che ha ottenuto in passato. Quindi aspirare al professionismo per tutta la vita è un obiettivo limitato“.

Riguardo alla regola 5, ovvero al mantra “less is more”, Glaser è categorico: “è una sentenza assurda e forse senza significato. Ma suona fantastica, perché contiene un paradosso di cui non si riesce a venire a capo. Eppure se guardi alla storia dell’arte non ha senso. Se guardi a un tappeto persiano non puoi dire less is more, perché capisci che ogni parte di quel tappeto, ogni cambio di colore, ogni sfumatura nella forma, è essenziale per il successo estetico di quell’oggetto. Non potrai mai dimostrare che un tappeto blu in tinta unita è più bello. Lo stesso vale per le opere di Gaudi, per le miniature persiane, per l’art nouveau e per ogni altra cosa. Però posso proporre un alternativa al mantra, che mi sembra più appropriato: appena sufficiente è di più“.

Riguardo alla regola 6, sul non fidarsi dello stile, Glaser dice di essere stato ispirato da Picasso e in particolare da quell’incisione in cui disegnò un toro con 12 stili diversi (esposta, se non sbaglio, al Museo Reina Sofia di Madrid): “… da una versione molto naturalistica del toro fino a un’astrazione assolutamente riduttiva fatta con una singola linea. Tra i due estremi ci sono dieci versioni. Ciò che è evidente guardando queste opere è che lo stile è irrilevante. Tutte le versioni del toro, da quella di più estrema astrazione a quella di più acuto naturalismo, sono straordinariamente slegate dallo stile. È assurdo essere fedeli a uno stile. Uno stile non merita fedeltà.”

E ancora: “i cambiamenti di stile in genere sono legati a fattori economici, come sa chi tra voi ha letto Marx. E poi le persone si stancano quando vedono la stessa cosa per troppo tempo. […] Ognuno di noi sviluppa un suo vocabolario, una forma che è solo sua. È un modo per distinguersi e per crearsi un’identità nel settore. Come mantenersi poi fedele ai propri canoni e a ciò che ci piace fare diventa un atto di equilibrismo tra lo scegliere il cambiamento o mantenere la propria forma distintiva. Abbiamo visto tutti il lavoro di illustri professionisti passare d’un tratto di moda”.

Nella regola 7 si addentra sull’osservazione del nostro cervello: “Gerald Edelman, che è stato un grande professore di anatomia del cervello, dice che fare un’analogia tra il cervello umano e i computer è semplicemente patetico. Il cervello è piuttosto simile a un giardino fin troppo rigoglioso, che continua a crescere, che continua a ricevere sementi e a farli germogliare, rigenerandosi in continuazione. Edelman crede che il cervello sia suscettibile, in modi di cui non siamo pienamente coscienti, rispetto a qualsiasi esperienza facciamo e a qualsiasi incontro facciamo.” E poi si addentra nella filosofia del disegnare, partendo da un’affermazione di semplice buon senso: “tendiamo a credere che la mente influenzi il corpo e che il corpo influenzi la mente, ma non crediamo che tutto quello che facciamo abbia una conseguenza sul cervello. Sono convinto che se un uomo inveisse contro di me dall’altro lato della strada il mio cervello potrebbe subirne un qualche effetto e la mia vita potrebbe essere diversa. Ecco perché le mamme ci suggeriscono di evitare le cattive compagnie. Hanno ragione. Il pensiero cambia la nostra vita e il nostro comportamento. Penso che il disegno funzioni nello stesso modo. Sono un grande sostenitore del disegno, non perché penso che tutti debbano diventare illustratori, ma perché credo che il disegno cambi il cervello esattamente nel modo in cui la ricerca della nota perfetta cambia il cervello di un violinista. Il disegno inoltre ti rende più attento. Ti costringe a fare attenzione a ciò che stai guardando, che non è una cosa facile”.

Sulla regola 8, ovvero l’importanza di avere dubbi, non si può non essere pienamente d’accordo: “Convinzioni profondamente radicate, di qualsiasi tipo siano, ti impediscono di essere aperto a nuove esperienze, ed è questa la ragione per la quale diffido grandemente di tutte le posizioni ideologiche. Credo che essere scettici e mettere in dubbio qualsiasi profonda convinzione sia essenziale. Certo, dobbiamo conoscere la differenza tra scetticismo e cinismo perché il cinismo è una limitazione della propria apertura mentale verso il mondo”.  Poi regala un aforisma da twittare subito “da un punto di vista pratico, risolvere i problemi è molto più importante che avere ragione” e subito dopo critica il modo novecentesco di pensare all’arte (e al design): “c’è un diffuso senso di essere nel giusto nel mondo dell’arte e del design che forse inizia a scuola. […] Secondo la teoria dell’avanguardia un individuo può cambiare il mondo, ma è vero fino a un certo punto. Uno dei segnali da cui capire che un ego è stato danneggiato è la certezza assoluta. Le scuole incoraggiano l’idea di non scendere a compromessi e difendere il tuo lavoro a ogni costo. Ma in realtà quando si lavora scendere a compromessi è la cosa più importante. Devi sapere come scendere a compromessi. Perseguire ciecamente i tuoi obiettivi, le tue idee, esclude la possibilità che gli altri abbiano una qualche ragione e questo mette in discussione il modello in cui noi designer sempre ci muoviamo, che è di fatto una triade: il cliente, l’audience e tu. Idealmente, cercare di soddisfare tutti con successivi passi e compromessi è desiderabile. Ma l’alta considerazione di sé è spesso un nemico. L’alta considerazione di sé e il narcisismo in genere nascono da un trauma infantile.” E chiude con una splendida citazione: “Amare significa raggiungere la difficilissima consapevolezza che qualcosa oltre a noi stessi è reale”.

La regola numero 9 la si può sintetizzare nel non dare troppa importanza a niente, in una sorta di “Niente importa”: lasciare andare le cose, senza preoccuparsene.

L’ultima regola del decalogo è altrettanto importante e riguarda l’etica del designer: “Chi stesse pensando a creare un albo professionale per il nostro settore dovrebbe ricordare che l’idea di albo nasce per proteggere il pubblico, non i grafici o i clienti”, perché secondo Glaser il designer ha perso di vista la propria funzione verso il pubblico, la propria capacità di comunicare qualcosa di più grande e a volte di ulteriore rispetto al messaggio o al contenuto richiesto dal cliente. Qualcosa insomma che resti e che abbia vita propria al di là della propria nascita. In definitiva, dare di nuovo un ruolo artistico di primo piano al design.

Il decalogo è apparso sul Sole24ore: qua trovate il testo completo.

Qui una sua intervista, con ulteriori e interessanti spunti di approfondimento sulla materia della creatività.

 

 


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