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La via dell’illustratore (BCBF 2017)
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La via dell’illustratore (BCBF 2017)

Da una delle tante osservazioni sulla ultima Fiera del Libro di Bologna, traggo qualche riflessione sul perché gli illustratori siano spesso così polemici con il loro mestiere .

Illustrare, disegnare, esprimere il proprio mondo è un bel lavoro, assolutamente.
Eppure, l’illustratore cade spesso nel piagnisteo, nella lamentela, nell’analisi lucida-ma-spietata in cui il fantomatico mercato si manifesta, finalmente, in tutta la sua struttura, come in una scena di Matrix si rivela la struttura della realtà, e lo si comprende e si dice che lì c’è il male e c’è il bene, il Mercato come il motore che tutto muove.

 

L’illustrazione, credo, è uno specchio del tempo che si vive: è arte commerciale che si piega alle fatture dei committenti e allo stesso tempo può piegarsi alle capacità illustrative del prossimo grande talento. Il mondo dell’illustrazione vive senza una vera etica, ondeggiando tra le scelte da farsi per assecondare le vendite e quelle rischiose che a volte fanno vendere di più.
Ma non è così che funzionano tutti i mercati?
E anche la vita, in fondo?

 

Il problema dell’illustrazione è il suo essere legata ad un giudizio: si rifiuta o si accetta un’immagine e in questo modo si dà un giudizio su chi l’ha fatta. Per gli artisti è la stessa cosa: la breve parabola di Van Gogh da predicatore a pittore lo conduce al suicidio.
Si dice che l’illustratore è un professionista e come tale dovrebbe essere in grado di separare il giudizio dell’opera da quello sul suo autore, ma è molto difficile, a meno che nelle tante scuole di illustrazione e di design non si scelga di far crescere oltre allo stile anche la personalità degli illustratori.

 

Alla Children’s Bookfair di Bologna si viene giudicati e si giudica, ci si confronta e si viene confrontati, paragonati; si misura il successo dell’uno e l’insuccesso dell’altro, si va per copiare chi è sulla cresta dell’onda e si va per emergere, si va per uscire dal gregge o per entrarci.

Tutto questo però ha a che fare con il lavoro, inteso soltanto come mezzo per portare a casa soldi. Come consegnare una pizza in tempo, come imbiancare una stanza, come pesare zucchine. Forse dovremmo rivedere il mestiere di illustratore e cosa significa, almeno in Italia: capire dove conduce questo inseguire ad ogni costo quei pochi soldi di compenso.

 

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Il mestiere dell’illustratore è un’occasione per formare esseri umani migliori che grazie al lavoro su loro stessi, grazie ad un percorso di ricerca e di arricchimento interiore possono trasmettere molto a chi li guarderà, ai lettori – spesso piccoli, giovani, sognanti – che li leggeranno alla sera nelle loro camerette, e alle mamme e ai papà che li sceglieranno.

 

Fare l’illustratore è un’occasione, splendida, per illuminare dei percorsi.
È l’opportunità di essere stella in mezzo ad un milione di altre stelle. 

 

Il problema del giudizio è inscindibile dal mestiere di illustrare: l’unica via è lavorare su se stessi per poterlo accettare senza traumi, senza che la rabbia o la frustrazione si trasformino in lamentela, piagnisteo o critica. Accettare è andare avanti e per tracciare la propria via è necessario lavorare su chi siamo piuttosto che su chi altro vorremmo essere per lavorare di più, avere “successo” e arrivare là dove sono arrivati altri.

 

Perché la via più bella da percorrere è la propria.

 


 

Qui l’analisi dell’ultima Children’s Bookfair di Bologna: la fiera dell’immaginazione.

 

 

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